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Nuova Audi Nuvolari: la prima supercar ibrida dei quattro anelli

La Audi Nuvolari è la prima supercar ibrida plug-in della Casa di Ingolstadt: 1.001 CV, V8 4.0 biturbo e tre motori elettrici, 0-100 in 2,6 secondi. Solo 499 esemplari, con freni e aerodinamica derivati dalla Formula 1, in un omaggio a Tazio Nuvolari.

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C’è stato un momento, non lontano, in cui l’ibrido nelle auto sportive veniva considerato una zavorra: peso in più, complicazione in più, un compromesso accettato per superare i test sulle emissioni. Quel tempo è finito. Le supercar del 2026 hanno cambiato lingua. La Ferrari 849 Testarossa monta un V8 affiancato da tre unità elettriche per 1.050 CV complessivi, la Lamborghini Temerario manda in pensione la Huracán con un V8 biturbo plug-in da oltre 900 cavalli, e la corsa non è più all’autonomia elettrica ma alla potenza che solo la combinazione tra termico ed elettroni sa liberare.

Vista dall'alto della Audi Nuvolari che mostra la carrozzeria monolitica in fibra di carbonio e le prese d'aria del powertrain
Le proporzioni a motore centrale della Audi Nuvolari viste dall’alto. Photo courtesy Audi

In questo scenario debutta la Audi Nuvolari, prototipo di pre-serie che porta la Casa di Ingolstadt dentro un territorio mai esplorato prima: quello della supercar a propulsione ibrida plug-in. Mille e un cavallo, oltre 350 km/h, 499 esemplari numerati. È l’auto di serie più potente e veloce nella storia del marchio, e arriva non come esercizio di stile ma come dichiarazione di intenti, nell’anno in cui Audi corre per la prima volta in Formula 1 con una squadra propria.

Un nome che pesa 1.001 cavalli

Per capire perché quel nome conti, bisogna tornare al 28 luglio 1935, al Nürburgring. Tazio Nuvolari, mantovano di Castel d’Ario, si presentava al Gran Premio di Germania con un’Alfa Romeo P3 da 265 cavalli, contro le Mercedes e le Auto Union ufficiali che ne sviluppavano 375. Sulla carta non c’era partita. Nuvolari vinse lo stesso, davanti al pubblico tedesco ammutolito, in quella che la storiografia dell’automobilismo ricorda come “la vittoria impossibile”. Fu l’unica affermazione di una vettura non tedesca in un Campionato Europeo tra il 1935 e il 1939.

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Audi Nuvolari, tre quarti posteriore della supercar ibrida con cerchi forgiati monodado e firma luminosa posteriore
Il retrotreno della Audi Nuvolari con la targhetta dedicata a Tazio Nuvolari. Photo courtesy Audi

Il legame con i quattro anelli non è una suggestione di marketing. Negli anni 1938 e 1939 Nuvolari corse proprio per l’Auto Union, il consorzio da cui discende l’Audi di oggi, e i quattro anelli ne sono l’eredità diretta. Settantadue le vittorie nelle gare maggiori, centocinquanta in tutto, tra cui due Mille Miglia e due Targa Florio. Affidare il suo nome alla vettura più estrema mai costruita significa chiudere un cerchio lungo novant’anni: dai 265 cavalli con cui batté i giganti tedeschi ai 1.001 della supercar che oggi ne raccoglie l’eredità. Gli accenti di colore dell’abitacolo, non a caso, rendono omaggio all’Auto Union Tipo C degli anni Trenta.

Cosa c’è sotto la carrozzeria in carbonio

Il propulsore parte da un V8 4.0 biturbo da 800 CV capace di girare fino a 10.000 giri al minuto, regime che appartiene di norma alle monoposto. A questo si aggiungono tre motori elettrici a flusso assiale da 150 CV ciascuno: due all’avantreno, uno per ruota, e un terzo collocato tra il motore termico e la trasmissione. La batteria agli ioni di litio ha una capacità di 7,3 kWh. Il risultato è uno scatto da 0 a 100 km/h in 2,6 secondi e da 0 a 200 in 6,8, con la funzione launch control mutuata dalla pista.

I due elettromotori anteriori non servono solo a spingere. Sono il cuore del nuovo sistema quattro predictive ride, una trazione integrale che legge in tempo reale angolo di sterzo, accelerazione, velocità di imbardata e aderenza, e che ridistribuisce la coppia tra gli assali e tra le ruote dello stesso asse prima ancora che la perdita di grip si manifesti. Per chi guida cambia il modo stesso di affrontare una curva: la correzione avviene in anticipo, non in reazione. Quattro le modalità di marcia, dalla E-Hybrid integralmente elettrica per la città fino alla Dynamic+ pensata per la pista, affiancate da un setup Track che spazia dal Wet al Race fino al Traction Control Off.

L’aerodinamica che si muove e i freni della monoposto

L’aerodinamica attiva è il capitolo dove il travaso dalla Formula 1 si fa più evidente. Lo sviluppo ha coinvolto i piloti Audi Nico Hülkenberg e Gabriel Bortoleto, che hanno fornito feedback durante la messa a punto. Un S-duct convoglia il flusso dalla parte bassa del frontale verso l’alto della carrozzeria per generare deportanza aggiuntiva, mentre l’alettone posteriore a scomparsa lavora su tre configurazioni: chiuso per la minima resistenza, bassa deportanza in rettilineo, alta deportanza in frenata e in curva. In quest’ultimo assetto la vettura genera fino a 400 kg di carico aerodinamico. C’è perfino il DRS, attivabile dal volante, come in gara.

I freni meritano un paragrafo a sé. Il sistema Audi Ceramic Pro adotta dischi in carbonio a fibra lunga derivati direttamente dalla monoposto, con pinze a 10 pistoncini su dischi da 420 mm all’anteriore e a 4 al posteriore su dischi da 410 mm. Un circuito di raffreddamento interno sviluppato apposta aumenta la dissipazione del calore fino al 21% rispetto a un carboceramico convenzionale. La capacità di assorbire energia in frenata tocca i 2,8 megawatt: decelerazioni da Formula 1, senza fading. La carrozzeria, intanto, è interamente in CFRP, carbonio impregnato di resina e polimerizzato in autoclave, una soluzione che per Audi rappresenta una prima volta assoluta, così come i cerchi forgiati monodado.

Dentro, l’abitacolo rinuncia al superfluo. I comandi essenziali restano nel campo visivo di chi guida, i sedili sono in fibra di carbonio, e una bicromia divide l’ambiente in una zona anteriore scura, pensata per la concentrazione, e una posteriore più chiara battezzata Shadow Dune.

Perché conta, oltre i 499 esemplari

Le consegne partiranno nella prima metà del 2027 e il prezzo, non ancora ufficiale, viaggia secondo le indiscrezioni tra i 500 e i 600 mila euro. Numeri che collocano la vettura nella fascia delle hypercar a tiratura limitata, accanto a Ferrari e Lamborghini di pari ambizione. Ma il dato più interessante non è la cifra né la velocità di punta.

È il segnale che manda al mercato. Per anni l’industria ha presentato l’elettrico puro come l’unica direzione possibile per le sportive, salvo poi scoprire che il pubblico delle supercar chiede ancora il rumore di un V8 a 10.000 giri e il peso contenuto di un serbatoio al posto di una batteria da mille chili. L’ibrido plug-in ad alte prestazioni è la risposta a questo doppio desiderio: l’elettrico per la coppia immediata e la guida pulita in città, il termico per l’emozione e per i chilometri veri. La domanda che ci eravamo posti all’inizio, se l’ibrido fosse un compromesso, trova qui la sua risposta. Non lo è più. È diventato il linguaggio con cui le auto più veloci del pianeta hanno deciso di parlare, e novant’anni dopo il Nürburgring quel linguaggio porta ancora, per chi sa ascoltarlo, l’accento di un mantovano che non si arrendeva mai.

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