Il corsivo torna nelle aule italiane, e la neuroscienza spiega perché è un errore abbandonarlo
Per anni la scrittura corsiva ha perso terreno nelle aule della scuola primaria italiana. Non per una decisione esplicita, ma per inerzia: insegnanti che lasciavano scegliere, bambini che optavano per lo stampatello perché “si va più veloci”, programmi che correvano senza fermarsi a costruire la coordinazione motoria fine. Il 90% degli alunni che arrivano in prima media, secondo la testimonianza diffusa tra i docenti di secondaria, non sa scrivere in corsivo. Non è un dato marginale: è la fotografia di una generazione che ha perso contatto con un gesto cognitivo che la ricerca neurologica considera tra i più potenti per l’apprendimento.
Le nuove Indicazioni Nazionali 2025, entrate in vigore in Italia l’11 febbraio 2026, valorizzano il corsivo come esercizio di coordinamento motorio fine e come strumento di espressione personale: una presa di posizione netta, che ha trovato il plauso di parte del mondo pedagogico. Le Indicazioni, approvate con Decreto Ministeriale n. 221 del 9 dicembre 2025 e pubblicate in Gazzetta Ufficiale il 27 gennaio 2026, entreranno nelle classi prime della scuola primaria a partire dall’anno scolastico 2026-2027. È una scelta che arriva dopo decenni di abbandono progressivo, e che trova nelle neuroscienze una giustificazione solida, costruita su dati misurabili.
Cosa succede nel cervello dei bambini quando scrivono in corsivo
Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2020 ha misurato per la prima volta con precisione strumentale cosa accade nel cervello di dodici bambini di dodici anni e dodici giovani adulti mentre scrivono in corsivo, digitano su tastiera o disegnano parole visivamente presentate. Lo strumento scelto dai ricercatori Eva Ose Askvik, F.R. Ruud van der Weel e Audrey L.H. van der Meer dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia è stato un elettroencefalografo ad alta densità con 256 canali di rilevazione: non i classici 32 o 64 elettrodi degli studi standard, ma una rete di sensori capace di restituire un’immagine ad altissima risoluzione dell’attività cerebrale in tempo reale.
I risultati convergono in una direzione precisa. Quando i partecipanti scrivono in corsivo, le regioni parietali e centrali del cervello mostrano un’attività sincronizzata nella banda theta. Questa oscillazione neuronale, secondo la letteratura consolidata in campo neuropsicologico, è associata alla memoria di lavoro, alla codifica di nuove informazioni e alla creazione delle condizioni ottimali per l’apprendimento. Quando invece le stesse persone digitano su tastiera, nelle stesse aree si osserva un’attività desincronizzata nella banda theta: un segnale diverso, la cui relazione con i processi di apprendimento rimane, nelle parole degli stessi ricercatori, poco chiara.
La differenza non è trascurabile. Il disegno, nel confronto, si avvicina molto alla scrittura corsiva, condividendo le stesse attivazioni parietali e aggiungendo una desincronizzazione nella banda alfa-beta che suggerisce una leggera variazione nel profilo di attivazione, ma non una penalizzazione cognitiva. La digitazione, invece, si allontana in modo misurabile.
Il meccanismo: perché il gesto grafico conta
Il punto centrale dello studio non riguarda la velocità di trascrizione né la quantità di parole prodotte. Riguarda la natura del gesto. Scrivere in corsivo richiede una sequenza di movimenti finemente controllati, una coordinazione oculo-manuale che cambia lettera per lettera, un ritmo che varia in funzione della forma da tracciare. Ogni lettera corsiva è un problema motorio leggermente diverso dal precedente. La tastiera, per contro, riduce l’azione a un movimento ripetuto e standardizzato: la pressione di un tasto, sempre uguale, indipendente dal carattere che produce.
Questa complessità motoria è precisamente ciò che attiva il cervello in modo più profondo. La ricerca suggerisce che la scrittura corsiva, insieme al disegno, debba essere mantenuta nell’ambiente scolastico fin dalla prima infanzia, perché stabilisce i pattern di oscillazione neuronale che favoriscono l’apprendimento in tutte le discipline. Non è un argomento estetico. È un argomento neurologico.
Tratto PEN: uno strumento di design che accompagna il pensiero mentre si definisce
La storia di Tratto PEN comincia a metà degli anni Settanta in Italia, in un momento in cui l’industria manifatturiera italiana stava ridefinendo il rapporto tra funzione e forma negli oggetti d’uso quotidiano. La penna-pennarello prodotta da F.I.L.A. (Fabbrica Italiana Lapis ed Affini, fondata a Firenze nel 1920) non nasce come articolo di cancelleria generico: nasce da un’idea di innovazione nel modo stesso di scrivere, una riflessione sul gesto grafico che anticipa di decenni il dibattito scientifico che la ricerca neurologica avrebbe poi formalizzato.
Nel 1979, a soli pochi anni dal lancio, Tratto PEN riceve il Compasso d’Oro: uno dei riconoscimenti più autorevoli nel panorama internazionale del design industriale. Non è un premio per l’aspetto estetico. Il Compasso d’Oro premia la coerenza tra funzione, forma e processo produttivo. Ancora oggi, Tratto PEN viene prodotto in Italia.
Carlo Fruttero e i taccuini: quando lo strumento non è neutro
Nel 2026 Carlo Fruttero avrebbe compiuto cento anni. Nato a Torino nel 1926, scrittore e intellettuale tra i più riconoscibili della cultura italiana del secondo Novecento, Fruttero lavorava a mano. I suoi taccuini sono documenti di un metodo: pagine fitte di appunti, correzioni, ripensamenti tracciati a penna, dove la mano seguiva il pensiero prima che il pensiero prendesse forma definitiva.
Tratto PEN era tra gli strumenti che Fruttero utilizzava quotidianamente. Questo legame, concreto e documentato, è il punto di partenza del progetto Club Fruttero, il programma culturale ideato e prodotto dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori. Il programma si sviluppa fino a novembre 2026 e attraversa luoghi, linguaggi e pubblici diversi con un obiettivo dichiarato: restituire il metodo dello scrittore, che leggeva per capire, sceglieva con spirito critico e discuteva senza neutralità.
Il programma del centenario: da Torino alla Toscana
La prima tappa è già aperta. La mostra Il Club Fruttero, allestita al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino, riunisce materiali d’archivio, manoscritti, taccuini e documenti personali: il laboratorio quotidiano di uno scrittore reso visibile. La mostra è visitabile fino al 31 maggio 2026 e nei materiali espositivi Tratto PEN emerge non come oggetto commemorativo, ma come strumento attivo, traccia riconoscibile tra le pagine manoscritte.
Al Salone Internazionale del Libro di Torino, in programma dal 14 al 18 maggio 2026, il progetto prevede un momento di partecipazione diretta: i visitatori saranno invitati a scegliere il proprio incipit preferito tra una selezione di testi di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Chi partecipa riceve in cambio un Tratto PEN in edizione speciale. Un gesto semplice, in cui la selezione diventa azione e l’azione lascia una traccia fisica.
Il 19 settembre 2026 il progetto si sposterà in Toscana, tra la pineta di Roccamare e il Castello di Castiglione della Pescaia, luoghi vissuti da Fruttero. A novembre, BookCity Milano ospiterà la presentazione di 365 Notes, volume dedicato ai taccuini dello scrittore.
La penna come protesi del pensiero
C’è una domanda implicita che attraversa tutto il dibattito sulla scrittura corsiva, dalla ricerca neurologica alle nuove Indicazioni Nazionali fino ai taccuini di Fruttero: la tecnologia con cui scriviamo cambia ciò che pensiamo, o soltanto il modo in cui lo trascriviamo?
I 256 canali dell’elettroencefalografo usato da Askvik e colleghi suggeriscono che la risposta è la prima. Il gesto grafico non è un mezzo neutro di trasmissione del pensiero: è parte del processo che lo genera. Fruttero lo sapeva per pratica. La ricerca lo ha misurato. Le nuove Indicazioni Nazionali italiane ne hanno tratto le conseguenze sul piano educativo. E in mezzo a tutto questo, tra carta e inchiostro, c’è uno strumento Made in Italy che da cinquant’anni accompagna il pensiero mentre si definisce, prima ancora che diventi scrittura.
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