Sabato 20 giugno 2026, mentre uno spazio milanese veniva trasformato in un quartiere latinoamericano — con musicisti dal vivo, ballerini, venditori ambulanti e famiglie che popolavano la scena — la Camera Nazionale della Moda Italiana accoglieva per la prima volta nel suo calendario ufficiale un designer colombiano. Si chiama Nicolas Martin Garcia, il suo brand si chiama GARCIAS, e la collezione con cui ha scelto di presentarsi si intitola “Si lo crees, lo creas – Latin Dreamers”.
Non è solo un debutto in passerella. È un fatto che dice qualcosa sul sistema: la moda milanese, storicamente ancorata a un’idea di lusso radicata nel territorio italiano, continua a rinegoziare i propri confini culturali, e lo fa ammettendo voci che portano con sé geografie diverse, memorie altre, lingue che fino a poco tempo fa non risuonavano sulle sue passerelle.
La scenografia che diventa racconto
Prima ancora di guardare i capi, chi era presente alla sfilata GARCIAS ha dovuto fare i conti con lo spazio. La location non ospitava un semplice défilé: era la ricostruzione immersiva di un quartiere latinoamericano, abitata da figure che incarnano il cuore culturale di quelle comunità. Musicisti, venditori ambulanti, ballerini, artisti di strada e famiglie. La passerella non separava il pubblico dagli abiti: li collocava dentro un mondo già esistente, in cui i vestiti erano il prolungamento naturale di chi li indossava.

Un ensemble di musicisti latinoamericani ha suonato dal vivo per tutta la durata dello show. A chiudere il défilé, non solo i modelli professionisti ma anche amici del brand, artisti, musicisti e familiari del designer, che hanno sfilato insieme a Nicolas Martin Garcia: un finale che trasformava la passerella in piazza, la moda in festa collettiva.
La collezione “Latin Dreamers”
Il punto di partenza è una fotografia dell’infanzia del designer. Da quell’immagine prende forma una palette che richiama le atmosfere del mattino caraibico: azzurro cielo, panna, écru, rosa cipria, giallo burro, indaco sbiadito, caramello e tabacco, con tocchi di corallo e terracotta.
Le silhouette costruiscono un guardaroba maschile riconoscibile e al tempo stesso inaspettato. Bermuda sartoriali al ginocchio con pinces vengono abbinati a canotte a costine e pantaloni ampi dal taglio fluido; outerwear oversize con cappuccio, cardigan cropped, shirt jacket in denim lavato e poncho vest in maglieria completano una proposta in cui il volume è generoso ma mai anarchico, la struttura controllata.







Sul piano dei tessuti, la collezione mette in dialogo due patrimoni artigianali distanti geograficamente. Texture ispirate alla tradizione Wayuu e pattern derivati dalle ruanas andine si traducono in lavorazioni crochet e convivono con lino, cotoni pregiati e costruzioni sartoriali italiane. Il denim sfumato viene ricamato con applicazioni in cristallo; le camicie in seta portano stampe derivate dalle banconote colombiane di fine Ottocento. L’attenzione al gesto artigianale emerge in una fascia in satin marrone impreziosita da un fiore di cristalli argentati, applicata a mano e indossata sui fianchi di un ampio pantalone color crema.
Collane di perle e catene sovrapposte, cappelli crochet, bandane e il monogramma del brand ricamato in filo dorato e cristalli definiscono l’universo degli accessori. Frammenti di frase in spagnolo ricorrono sui capi: “Si lo crees, lo creas”, “Todo lo que soñamos se va a lograr”, “¿Y si todo sale bien?” Secondo quanto dichiarato dal brand, questi testi funzionano come affermazioni di fiducia, speranza e autodeterminazione per una generazione che vive tra più culture. L’iconografia religiosa — cherubini stampati, riferimenti processionali — si intreccia con la cumbia, la salsa e le tradizioni familiari, con la vita notturna e l’energia delle grandi città, in un immaginario che non sceglie tra sacro e popolare, perché non li ha mai vissuti come separati.


Born in Colombia, Made in Italy
Nicolas Martin Garcia è nato in Colombia, cresciuto in Italia, formato tra lingue e contesti differenti. Il payoff del brand — “Born in Colombia, Made in Italy, Dreamed in America” — sintetizza una traiettoria che è anche la materia prima della collezione: non la nostalgia, ma la trasformazione dell’esperienza migratoria in linguaggio creativo.
“Questa collezione non parla soltanto del luogo in cui sono nato, ma di tutte le persone che mi hanno insegnato che credere e creare sono lo stesso verbo. L’ho imparato da mia madre. Si lo crees, lo creas. Ho realizzato questa sfilata per chiunque abbia dovuto lasciare la propria casa, sognare più in grande e sentirsi orgoglioso delle proprie origini”, ha dichiarato il designer.





Nel percorso di crescita del brand, un ruolo chiave è quello di AFRO Fashion Association, organizzazione fondata e guidata da Michelle Francine Ngonmo, che lavora per una rappresentanza più equa dei professionisti BIPOC nel sistema moda italiano e internazionale attraverso mentorship, networking e valorizzazione culturale. Lo styling della sfilata è stato curato da Stephanie Escobar; la colonna sonora da MAXI. La direzione hair è di Roberto Renna, il make-up firmato da Marco Todaro con il supporto di Frais Monde; la produzione beauty affidata a Show Division. Le relazioni stampa sono state curate da Negri Firman PR & Communications, con Margot Agency per il mercato latinoamericano.
Il debutto di GARCIAS si inserisce in una stagione in cui la moda cerca nuovi soggetti narranti, e in cui la storia migratoria smette di essere sfondo per diventare protagonista. È una tendenza che Milano ha già accolto in più direzioni: nella moda donna, il progetto Milan Loves Seoul ha costruito un ponte creativo tra sartorialità italiana e avanguardia coreana, mentre brand come HUI e Anteprima hanno dimostrato come l’estetica orientale possa dialogare con la passerella milanese senza rinunciare alla propria identità. Con GARCIAS, quella stessa apertura arriva per la prima volta sulla scena menswear, e porta con sé un immaginario — latino, migrante, collettivo — che la moda maschile italiana non aveva ancora visto.
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