Quest’estate ha cambiato le regole della spiaggia italiana senza che nessuno lo annunciasse. Non c’è stato un manifesto, non c’è stata una sfilata: è successo gradualmente, tra uno scatto pubblicato e l’altro, tra una scelta d’acquisto e la successiva. Il beachwear di lusso del 2024 si è spostato verso il silenzio visivo, verso quella zona in cui meno colore significa più scelta consapevole e meno struttura significa più conoscenza del corpo.
I numeri confermano quello che si vede in spiaggia. Secondo la piattaforma Retviews di Lectra, i costumi interi nella stagione estiva 2024 hanno raggiunto il 20% delle referenze beachwear di fascia media-alta, contro il 13% del 2023: una crescita che fotografa un cambio di preferenza, non una tendenza passeggera. La palette si è ristretta attorno a quattro nuclei cromatici: il bianco latte, il nocciola, il tortora e il nero. Colori che non competono con il paesaggio marino, ma ci vivono dentro, discretamente.
Parallelamente, gli accessori da spiaggia hanno subito una rivalutazione silenziosa. La borsa in rafia o paglia lavorata a mano, che per anni era rimasta relegata a souvenir da mercato, è diventata uno degli oggetti di moda più cercati dell’estate italiana. Il motivo non è solo estetico: è una questione di tracciabilità. Chi compra una borsa intrecciata a mano vuole sapere quante ore ha richiesto, da dove viene il materiale, chi l’ha costruita. La stessa attenzione all’origine che il mercato del cashmere conosce da decenni, come raccontato già nella collezione primavera-estate 2021 di Malo, si è trasferita, quest’anno, anche sulla spiaggia.
Un club che esiste dal 1972
C’è un dettaglio nella storia di Malo che vale più di qualsiasi descrizione di collezione. Nel 1972, i fratelli Giacomo e Alfredo Canessa fondarono Malo Tricot a Portofino. Non a Milano, non a Firenze, non in un distretto della maglieria: a Portofino, il piccolo borgo ligure dove d’estate attraccavano gli yacht di chi poteva permettersi di non avere un itinerario preciso. La scelta geografica non era sentimentale: era un posizionamento. Malo nasceva nel luogo fisico del proprio cliente ideale.
La produzione si spostò poi in Toscana, dove la tradizione manifatturiera della maglieria aveva radici vecchie di secoli. Il marchio crebbe: negli anni Ottanta aprì negozi a New York, Düsseldorf, Parigi e Tokyo. Ma l’identità rimase quella di Portofino: un lusso che non si dichiara, che si indossa senza spiegazioni. Ogni capo Malo è finito a mano. Il cashmere utilizzato è di grado A, con fibre di 14-16,5 micron di spessore e lunghezza media di 42 millimetri: parametri che definiscono la qualità prima ancora che il tessuto venga lavorato.
Cinquantadue anni dopo quella fondazione, il brand ha presentato la sua prima collezione beachwear completa, con il nome “Le Club Malo”, parte della linea PE24. L’ispirazione dichiarata è il jet set internazionale della Portofino degli anni Settanta. Non è una citazione nostalgica. È un ritorno letterale: la collezione porta il brand nel luogo dove è nata la sua identità, attraverso i codici estetici di quella stessa stagione.
Quello che si indossa al Club
Silhouette donna: il corpo come geometria
Il costume intero donna di “Le Club Malo” è costruito su uno scollo profondo sulla schiena con laccetti incrociati. La schiena nuda è il dettaglio visivo principale, ma la struttura dei laccetti è la vera invenzione tecnica: si incrociano per valorizzare la silhouette senza costrizioni, adattandosi a proporzioni diverse senza modificare l’estetica complessiva. La palette dei costumi donna, bianco latte, nero, tortora e nocciola, rispecchia quella dominante dell’estate 2024 con una coerenza che non sembra pianificata perché viene da prima: erano i colori di Malo ancora prima che diventassero una tendenza.
Il bikini proposto nella stessa linea ha un top bralette scorrevole senza ferretto. La scelta di eliminare la struttura rigida è tecnica, non solo estetica: un top senza ferretto si regola sul corpo invece di imporgli una forma, con un risultato che si definisce effetto naturale perché lo è davvero.
Uomo: il logo che non si vede da lontano
Il costume da bagno uomo è a pantaloncino, con un micro-logo Malo ricamato. “Micro” non è un dettaglio trascurabile: è una filosofia. Il logo piccolo significa che il riconoscimento del brand avviene da vicino, per chi conosce, non da lontano per chi guarda. Il tessuto scelto è poliestere riciclato, una scelta che riduce l’impatto sulla catena produttiva senza alterare la resa visiva del capo.
La borsa: sedici ore in un solo oggetto
L’oggetto più tecnicamente complesso dell’intera collezione non è un costume: è la shopping bag in rafia. Per realizzarla occorrono sedici ore di lavoro manuale all’uncinetto. Sedici ore per un singolo accessorio: il tempo medio di due interi giorni lavorativi, concentrati in un intreccio continuo che costruisce la struttura portante della borsa.
Il materiale è rafia semi-opaca, in contrasto deliberato con le maniglie in pelle nappata: due superfici opposte per opacità e consistenza che coesistono senza che una prevalga sull’altra. La borsa è dotata di pochette interna staccabile e tracolla removibile. Nella pratica, questo la trasforma in tre accessori distinti: la shopping bag da indossare a mano o a tracolla, la pochette interna che si porta autonomamente, le tracolline che diventano cinture da indossare in vita. La versatilità non è dichiarata nelle istruzioni: è costruita dentro l’oggetto.
Cappelli: la tesa come misura dell’intenzione
Per la donna, “Le Club Malo” propone cappelli a tesa larga ed extra large in papier intrecciato, rifiniti con un laccino in pelle e fibbia lucida. La tesa larga non è un dettaglio decorativo: è protezione solare con un preciso valore formale, dove la dimensione della tesa indica l’entità dell’intenzione stilistica.
Per l’uomo, due varianti. La prima è un cappello in papier intrecciato multi-riga con effetto melangiato: la riga multipla crea una texture visiva che interrompe la superficie senza aggiungere colore. La seconda è un cappello in rafia naturale lavorata a mano con tecnica crochet e doppia riga a contrasto, la stessa lavorazione artigianale della borsa applicata al copricapo. La coerenza di processo tra i due oggetti non è casuale: è il segno che la collezione è stata pensata come sistema, non come catalogo.
Quello che non si toglie con l’asciugamano
Il beachwear si misura sull’uso reale: quanti pezzi tornano a settembre nell’armadio invece di finire in un cassetto. I capi che resistono sono quelli che funzionano oltre il contesto per cui sembrano nati. Un costume intero a schiena nuda si porta come body sotto una camicia aperta; una borsa in rafia cambia funzione ogni volta che si cambia la configurazione della tracolla; un cappello in papier intrecciato regge anche a ottobre, fuori stagione.
La palette di questa collezione è costruita per attraversare i mesi senza perdere senso. Il tortora e il nocciola non appartengono all’estate: appartengono al guardaroba. Il bianco latte funziona in agosto e funziona a ottobre. È la stessa logica che i brand di cashmere applicano ai loro filati da decenni: fare capi che non si datano perché non seguono la stagione, la precedono.
La spiaggia italiana del 2024 ha smesso di essere il luogo dove si indossa quello che non si indosserebbe altrove. È diventata il banco di prova di un guardaroba che vuole essere coerente con se stesso dall’alba all’aperitivo, dal lungomare alla città. Che questo cambiamento sia arrivato anche dal beachwear di un brand nato a Portofino nel 1972 non è una coincidenza: è la conseguenza naturale di un metodo che ha sempre messo il materiale prima dello stile, il processo prima del risultato.
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