C’è un filo che percorre tutta la moda estate 2026, ed è letteralmente un filo: di rafia, di cotone mercerizzato, di salice intrecciato. Le lavorazioni manuali sono diventate uno degli assi portanti della stagione, con intrecci e lavori in pizzo che modellano la silhouette tanto quanto il taglio. Non si tratta di nostalgia né di artigianato come alternativa sostenibile al fast fashion. È qualcosa di più preciso: il processo visibile come dichiarazione estetica. L’uncinetto, che fino a poco tempo fa rischiava di essere associato a un’estetica domestica e informale, è diventato uno dei materiali più riconoscibili del lusso di stagione.
La tendenza consolida la propria presenza nell’accessorio prima ancora che nel capo. Le borse crochet, con i loro intrecci a texture ricca, stanno conquistando uno spazio che non era mai stato riservato alle lavorazioni manuali nel mercato degli accessori di fascia alta. Il risultato è che per la prima volta da anni la tecnica con cui è fatto un oggetto pesa quanto l’azienda che lo firma. Chi sa fare conta più di quanto non capitasse nell’era del branding puro.
Jonathan Anderson e la cultura del fare
Ci sono designer che costruiscono un’estetica. Jonathan Anderson sta costruendo una posizione. Nato a Magherafelt, nell’Irlanda del Nord, nel 1984, Anderson ha fondato il suo brand a Londra nel 2008 partendo da una collezione di soli accessori maschili. Nel 2015 è stato il primo creatore di moda nella storia dei British Fashion Awards a essere premiato contemporaneamente come miglior designer sia per le collezioni uomo sia per quelle donna. Un primato che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione d’intenti cosa sia JW Anderson: un brand che non si divide tra maschile e femminile, tra alto e basso, tra moda e design domestico.
Quello che distingue il percorso di Anderson negli ultimi due anni è la scelta di costruire ogni lancio attorno a un artigiano specifico, a una tecnica precisa, a un processo documentabile.
Come abbiamo raccontato nell’articolo sulle collaborazioni moda 2026, la seconda capsule con Guinness presentata a marzo 2026 aveva già chiarito questa direzione: 17 pezzi costruiti attorno alle uniformi vintage dei birrifici irlandesi, con jacquard che reinterpretava i tappeti dei pub e un jumper lavorato in intarsia alpaca ispirato all’assestamento della schiuma in una pinta. Due brand irlandesi che parlano di heritage attraverso la materialità dei tessuti, non attraverso il logo.
Ad aprile, per il Salone del Mobile 2026, la stessa logica si è spostata fuori dalla moda. Anderson ha presentato in boutique a Milano una collaborazione con Eddie Glew, artigiano yeoman basketmaker dello Staffordshire che ha imparato l’intreccio del salice dal padre e ha affinato la tecnica con una borsa di studio della Queen Elizabeth Scholarship Trust.

Il progetto comprende oggetti che attraversano deliberatamente il confine tra accessorio e design domestico: un baule rettangolare con coperchio a cerniera, una cesta da biancheria con coperchio circolare e manici in pelle, e una borsa donna con corpo in salice intrecciato e fodera interna in tela naturale.


Tutti e tre i pezzi condividono le stesse rifiniture: pelle conciata al vegetale in tono cioccolato, motivi floreali applicati fissati con componenti in metallo brunito, proporzioni che evocano i bauli medievali da cui Glew dichiara di trarre ispirazione. Su ciascun oggetto è fissata una placca in pelle con la dicitura “Handmade in England by sculptor and master yeoman basketmaker, Eddie Glew”: non una nota di produzione, una firma d’autore.

Durante i giorni del Salone, Glew ha tenuto una dimostrazione dal vivo in boutique, scolpendo fiori da un unico pezzo di legno usando solo uno shave horse (cavalletto da falegname), un draw knife (coltello a due manici) e le proprie mani. I fiori che ha realizzato affondano le radici in una tradizione artigianale del popolo Rom, in cui i fiori vengono ricavati dai rami di siepe usando unicamente un coltello tascabile: una tecnica tramandata oralmente e per gesto, non per testo. Portarla dentro una boutique nel centro di Milano durante i giorni della fiera più importante del design mondiale non era una performance. Era una dichiarazione su dove può stare l’artigianato quando qualcuno decide di valorizzarlo.
La Summer Series: dalla stessa radice, una collezione
La collaborazione con Glew e quella con Guinness non sono episodi separati nella stagione di JW Anderson: sono la premessa. La capsule estate 2026 porta la stessa ossessione per il processo e per l’archivio direttamente nell’abbigliamento e negli accessori, con una collezione che copre uomo e donna, prêt-à-porter e borse.
La stampa principale nasce da una visita allo studio di Dale Hope, studioso e conservatore delle aloha shirt hawaiane, il cui archivio raccoglie motivi illustrati dipinti a mano nel corso di decenni. Il motivo scelto, denominato “Panini o ka Punahou”, raffigura un cactus che fiorisce di notte nei mesi estivi: apre i petali bianchi attorno a un centro giallo al crepuscolo e appassisce all’alba. Un ciclo che dura poche ore.

La stampa compare su una camicia con colletto a revers e shorts coordinati nell’uomo, su un abito off-shoulder nella donna. Scegliere un motivo dall’archivio Hope invece di svilupparne uno ex novo è la stessa scelta che guida il lavoro con Guinness e con Glew: non inventare quando esiste già qualcosa con una storia reale.


La maglieria attraversa apertura e struttura. Gli abiti lavorati a mano all’uncinetto seguono motivi ispirati ai bucaneve irlandesi, fiore che segna l’inizio della stagione calda nel Nord dell’Irlanda.

I capi in jacquard bouclé con sottili spalline completano l’offerta insieme a maglie cropped a righe in colori che riprendono la palette vivace della capsule. Grafiche da ephemera vintage e adesivi a stelle dorate e argentate vengono serigrafati direttamente sui capi, rispettando dimensione e dettaglio dell’originale.

Tra le calzature figurano le Leaf Slide, sandali in pelle con venature fogliari, affiancati da sandali e décolleté intrecciati in colori a contrasto.

La novità di accessorio più rilevante è la Bulb Bag, una forma morbida e scultorea che ricade naturalmente sul corpo, proposta in versione con perline e in versione all’uncinetto in rafia naturale. La Loafer Bag viene riletta in costruzione intrecciata a mano con una tecnica ispirata alla cesteria, ogni pezzo con piccole variazioni nell’intreccio che lo rendono unico. Tra i charm, frutti e verdure in cotone mercerizzato italiano: limone, cachi, broccoli, rabarbaro.


Come si legge questa estate addosso
L’artigianalità nella moda non è mai stata soltanto un valore produttivo. È sempre stata anche una forma di posizionamento culturale. Il punto in cui siamo nel 2026 è che quel posizionamento si è spostato dall’oggetto finito al processo che lo ha creato. Non basta più che una borsa sia fatta a mano: deve essere possibile capire chi l’ha fatta, dove, con quale tecnica e perché.
In tre lanci consecutivi tra marzo e aprile 2026, Anderson ha costruito un racconto coerente in questa direzione. Da Magherafelt alla Staffordshire, dagli archivi hawaiani ai pub di Dublino, ogni pezzo porta dentro di sé una storia verificabile con nome, luogo e tecnica. La moda che sa rispondere a quella domanda, chi ha fatto questo e come, regge il tempo meglio di qualsiasi tendenza. E il tempo, come il cactus di notte sull’archivio di Dale Hope, non aspetta.
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